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Bollettino vite 2 – 2026

anto
Marzo 16, 2026
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bollettino vite 2

Inquadramento meteo febbraio 2026

Il mese di febbraio, per quanto riguarda le precipitazioni, presenta una divisione netta, la prima metà con eventi piovosi molto frequenti che hanno contribuito a superare la piovosità media del mese; invece, nella seconda metà le precipitazioni sono risultate assenti. Analizzando le temperature medie delle tre decadi del mese, della stazione meteo di Ghedi, in confronto con la media storica del periodo 1991-2020, è stato possibile osservare un’anomalia positiva in tutti e tre i periodi rispettivamente di: +2,9° nella prima decade, +3,5° nella seconda e +3,5° nella terza, per un’anomalia complessiva del mese di +3,5°. Febbraio, quindi, è stato caratterizzato da un clima si piovoso nel periodo iniziale, ma soprattutto mite rispetto alla stagione invernale con un incremento progressivo delle temperature, pur mantenendo una buona escursione termica tra il giorno e la notte. Questo è stato causato principalmente dall’alta pressione subtropicale persistente, compressione dell’aria in discesa e afflusso di masse d’aria più calde dal Nord Africa o dalla Penisola Iberica.

Un febbraio più mite, non interrompe di per sé la dormienza, ma può ridurre l’accumulo di freddo utile e soprattutto aumentare la probabilità di prime attivazioni fisiologiche nelle situazioni più predisponenti (aree precoci, vigneti più vigorosi, esposizioni calde, prossimità del lago), come è stato possibile osservare nei primi giorni di marzo. Al tempo stesso, la presenza di minime medie ancora prossime o sotto lo zero, contribuendo a mantenere il suolo freddo, indica che il mese ha comunque mantenuto una leggera componente invernale utile a mantenere le piante a riposo, pur con un bilancio termico complessivamente favorevole a un’evoluzione fenologica leggermente più rapida verso fine inverno rispetto a un febbraio nella norma.

StazioneT Minima (°C)T Media (°C)T Massima (°C)Precipitazioni (mm)
Botticino2,08,618,359,6
Calvagese-1,07,017,838,6
Cortefranca-0,77,817,576,0
Gussago Stella1,98,318,375,2
Paderno-0,96,817,753,0
Poncarale-2,57,119,343,6
Puegnago-0,27,617,877,6
Sirmione-1,97,418,076,4
Tremosine-2,64,816,949,0

Impiego di Trichoderma

Nell’ambito delle strategie di difesa integrata contro il complesso del Mal dell’Esca (Phaeomoniella chlamydospora, Phaeoacremonium minimum, Fomitiporia mediterranea), l’impiego di agenti di biocontrollo a base di Trichoderma spp. rappresenta uno strumento di crescente interesse applicativo. I meccanismi d’azione di questi funghi antagonisti si esplicano attraverso micoparassitismo diretto nei confronti dei patogeni target, competizione per substrato e nicchia ecologica, nonché produzione di metaboliti secondari ad attività antifungina (tricoderina, viridina, gliotossina).

Le formulazioni commerciali attualmente disponibili a base di T. atroviride, T. asperellum e T. gamsii trovano indicazione principalmente come trattamenti preventivi delle superfici di potatura, con applicazione post-taglio mediante pennellatura o nebulizzazione a bassa pressione sulle ferite di potatura. Si ricorda che i prodotti a base di Trichoderma non esercitano alcuna azione curativa sulle piante già compromesse da infezioni in atto: il loro utilizzo è pertanto da intendersi esclusivamente in chiave preventiva e va inserito in un piano di gestione pluriennale della malattia, comprensivo del monitoraggio parcellare, della gestione agronomica delle piante sintomatiche e, ove necessario, della chirurgia viticola.

Le formulazioni in polvere bagnabile (WP) a base di Trichoderma spp. si preparano sospendendo il prodotto in acqua alla concentrazione di 250 g/hl, da distribuire irrorando direttamente le ferite di potatura con un volume minimo di 400 l/ha; nei vigneti ad elevato rischio è consigliabile un secondo intervento entro la fase di germogliamento, alla medesima dose, per rafforzare la colonizzazione antagonistica delle superfici legnose esposte. In caso di pioggia entro 6 ore dall’applicazione il trattamento va ripetuto, e si raccomanda di non utilizzare altri agrofarmaci nell’arco dei 10 giorni successivi al fine di preservare la vitalità dei microrganismi apportati.

Impostazione e messa in opera di un nuovo vigneto

La realizzazione di un nuovo impianto viticolo richiede una pianificazione agronomica e tecnica accurata. La fase preliminare prevede l’analisi chimico-fisica del suolo, con determinazione di pH, dotazione in macro e microelementi, capacità di scambio cationico, tessitura e contenuto in calcare attivo, al fine di impostare eventuali ammendamenti o correzioni del terreno. Contestualmente, è necessario valutare l’esposizione, la pendenza, il regime idrico e la vocazionalità pedoclimatica del sito in relazione al vitigno prescelto.

La preparazione del terreno prevede ripuntatura profonda decompattante a 60–80 cm, seguita da un’aratura superficiale al fine di interrare la concimazione organica. Nel caso in cui il terreno fosse già occupato in precedenza da vigneto, è possibile procedere alla rigenerazione del suolo contro i principali patogeni tellurici (Armillaria mellea, nematodi, Agrobacterium tumefaciens) e all’eliminazione accurata dei residui radicali del vecchio impianto, rispettando un adeguato periodo di riposo colturale di almeno due anni, preferibilmente con colture da sovescio miglioratrici della struttura e della fertilità del suolo.

La progettazione del vigneto deve definire i seguenti parametri tecnici: sesto d’impianto, forma di allevamento e sistema di potatura, in coerenza con le operazioni meccaniche che verranno eseguite nel vigneto, il vitigno, il portainnesto e le produzioni attese. I sesti più adottati in ambiente lombardo variano da 2,0–3,0 m tra i filari e 0,8–1,2 m sulla fila per sistemi a Guyot o Cordone speronato, con densità d’impianto comprese tra 3.000 e 5.000 ceppi/ha. La scelta del portainnesto deve tenere conto delle analisi del suolo, della disponibilità idrica, della vigoria indotta e della resistenza ai nematodi, nei terreni con forte presenza, privilegiando combinazioni varietà/portainnesto certificate e in possesso del passaporto fitosanitario europeo (PFE).

La messa a dimora delle barbatelle va effettuata in primavera (marzo–aprile) o in autunno su terreno in tempera, posizionando le piante manualmente o con trapiantatrice meccanica, assicurandosi che il punto di innesto rimanga al di sopra del livello del suolo. Prima dell’impianto è buona norma procedere al bagno delle radici in sospensioni a base di Trichoderma spp. per stimolare la radicazione e ridurre il rischio di colonizzazione da parte dei patogeni tellurici. La messa in opera della struttura portante (pali di testata, pali intermedi e fili di allevamento) può precedere la messa a dimora delle barbatelle, se il trapianto viene effettuato manualmente.

Perché si piega il tralcio

La piegatura dei tralci, operazione eseguita contestualmente o immediatamente dopo la potatura invernale nelle forme di allevamento a Guyot e nelle varianti a capo a frutto arcuato, non è una semplice pratica di sistemazione del legno, ma risponde a precisi meccanismi fisiologici che influenzano in modo determinante la distribuzione del germogliamento, la vigoria della pianta e l’equilibrio vegeto-produttivo del vigneto.

Il principio alla base della piegatura è strettamente legato al fenomeno della dominanza apicale, che nella vite si manifesta con particolare intensità: in un tralcio lasciato in posizione verticale, il flusso linfatico ascendente si concentra preferenzialmente nelle gemme distali, determinando una ripresa vegetativa irregolare con germogliamento vigoroso alle estremità e scarsa o nulla ripresa delle gemme mediane. Questo squilibrio comporta una riduzione del numero di germogli fertili e una distribuzione irregolare del carico produttivo lungo il capo a frutto.

La piegatura in posizione orizzontale o arcuata consente di uniformare la pressione idrostatica lungo l’asse del tralcio, riducendo il gradiente di flusso linfatico tra le gemme basali e quelle apicali. Ne consegue una ripresa vegetativa più omogenea, con germogliamento regolare lungo tutta la lunghezza del capo a frutto, maggiore numero di germogli fertili attivi, migliore distribuzione del carico produttivo e grappoli di dimensioni più uniformi. L’arcuatura accentuata, spingendo le gemme apicali al di sotto del livello di inserzione del tralcio, inverte parzialmente il gradiente auxinico, favorendo ulteriormente il risveglio delle gemme mediane che in condizioni di verticalità rimarrebbero quiescenti.

Dal punto di vista pratico, la piegatura va eseguita con la massima attenzione all’integrità del legno: il tralcio deve essere curvato gradualmente, evitando strozzature o microfratture nella zona di flessione massima, che potrebbero compromettere la continuità dei vasi xilematici e ridurre l’efficacia fisiologica dell’operazione stessa. Nel caso di tralci altamente vigorosi, la rottura o la strozzatura parziale dei vasi permette di rallentare ulteriormente il flusso linfatico, riducendo ulteriormente la spinta vegetativa.

Difesa 2026

Nelle stagioni precedenti la peronospora ha esercitato non poca pressione sui vigneti lombardi, causando anche perdite di produzione e qualità, mentre, al contrario, l’oidio non ha presentato problematiche rilevanti, nella maggior parte dei casi. In relazione a ciò è importante impostare una strategia di difesa efficace e preventiva, che permetta il controllo dei due patogeni, prendendo in considerazione le fasi fenologiche e l’intensità delle infezioni dell’annata precedente.

Per quanto riguarda la peronospora, la difesa deve basarsi sull’impiego di prodotti di copertura (rame, dithianon, folpet e fluazinam) da utilizzare in modo preventivo, intervenendo anche in base agli eventi piovosi dilavanti in funzione del prodotto utilizzato. Nelle aree a maggior pressione del patogeno è opportuno l’inserimento di molecole con sistemica o citotropica / translaminare, sempre in miscela con un prodotto di copertura. Gli intervalli tra i trattamenti non devono superare i 7-8 giorni in presenza di condizioni favorevoli al patogeno, mentre in contesti a bassa pressione e con vegetazione stabilizzata si può arrivare a 9-12 giorni. Con la vegetazione in piena espansione e i grappoli ancora aperti, il rischio rimane elevato, ed è perciò opportuno abbinare ai prodotti di copertura quelli sistemici in grado di garantire una copertura anche alla nuova vegetazione. Dopo la chiusura del grappolo il rischio di danno economico da peronospora diminuisce progressivamente fino all’invaiatura dove il rischio è quasi nullo. Da tale fase però, è importante mantenere la vegetazione coperta per garantire una parete fogliare sana e in grado di sostenere la maturazione dei grappoli.

L’oidio si distingue dalla peronospora per la sua capacità di svilupparsi anche in assenza di pioggia: umidità relativa elevata e temperature comprese tra 20 e 27°C sono condizioni ideali per lo sviluppo del micelio, mentre con valori superiori ai 35°C la germinazione dei conidi viene inibita.

La difesa deve essere preventiva e si basa principalmente su zolfo bagnabile, che mantiene buona efficacia se applicato a intervalli regolari di 8-10 giorni considerando che in giornate estremamente calde può causare scottature sulle foglie.

Il periodo post fioritura è la fase più critica per l’oidio perché i grappoli sono estremamente suscettibili, ma lo sviluppo dell’oidio, anche se non evidente, inizia già a partire dall’apertura gemme.

Su varietà a sensibilità medio-alta ed in aree ad alta pressione è necessario impiegare fin dalle prime fasi prodotti sistemici come ad esempio strobilurine, triazoli o spiroxamina e bupirimate, abbinati con lo zolfo.

In post fioritura e pre-chiusura grappolo è opportuno utilizzare boscalid e fluxapyroxad per via della loro capacità di contenere anche botrite.

Con il grappolo ancora aperto, il rischio di infezione alle bacche rimane significativo. In condizioni di pressione intensa o su varietà particolarmente sensibili, lo zolfo può essere abbinato a ciflufenamid o metrafenone. Con la chiusura del grappolo e l’avanzare della stagione, il rischio di danni economici da oidio si riduce progressivamente. Lo zolfo rimane il riferimento principale, con l’olio essenziale di arancio come alternativa.

È fondamentale favorire una buona rotazione delle sostanze attive per evitare fenomeni di resistenza oltre che il rispetto degli intervalli tra i trattamenti con lo stesso prodotto, l’intervallo di sicurezza con la raccolta, il dosaggio e il numero massimo di distribuzioni, tutte queste indicazioni sono presenti in etichetta.