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Potature Errate degli Alberi Urbani

Marco Bonetti
Aprile 03, 2026
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È POSSIBILE ABBATTERE UN ALBERO

Gli alberi delle nostre città svolgono funzioni essenziali: abbattono le temperature estive, filtrano l’aria, riducono il rumore, aumentano il valore degli immobili. Eppure, vengono troppo spesso potati con criteri non corretti, per risparmiare sui costi o per mettere in sicurezza le zone limitrofe. Il risultato è paradossale: alberi indeboliti, più costosi da gestire, che durano meno e diventano un rischio invece che una risorsa.

Di seguito affronteremo i principali errori commessi durante la gestione delle alberature urbane e come intervenire correttamente.

La capitozzatura e il taglio a filo

La capitozzatura consiste nel tagliare il fusto principale o le branche strutturali a un’altezza arbitraria, senza rispettare alcun punto di inserzione naturale. È facilmente riconoscibile: l’albero viene ridotto a un moncone, da cui in primavera spuntano decine di getti vigorosi ma fragili, i cosiddetti epicormici o polloni. Questa reazione non è casuale, è la risposta di emergenza dell’albero alla perdita della dominanza apicale. In un albero integro, la gemma o il getto apicale produce auxina, un ormone che scorre verso il basso inibendo lo sviluppo dei germogli laterali. Questo garantisce una crescita ordinata: un asse principale solido, branche strutturali ben ancorate, ramificazioni secondarie proporzionate. Quando si capitozza, si elimina fisicamente questo apice dominante. Il flusso di auxina si interrompe di colpo e l’albero attiva simultaneamente decine di gemme latenti lungo il tronco e le branche residue. Ogni nuovo getto tenta di affermarsi come nuovo apice, ma nessuno riesce a stabilire una vera gerarchia strutturale: il risultato è una chioma caotica di rami a legno debole, inseriti superficialmente nel cambio cicatriziale del moncone.

I danni non si fermano alla struttura della chioma. I tagli di grandi dimensioni aprono porte ai funghi cariogeni (Ganoderma, Inonotus, Armillaria) che colonizzano il legno esposto causando marciume interno, spesso invisibile dall’esterno. Nel giro di pochi anni, un albero capitozzato diventa strutturalmente instabile proprio mentre la sua chioma, ormai folta di rami, presenta un’elevata superficie esposta al vento. La mancanza di dominanza apicale non si risolve da sola: ogni nuova capitozzatura peggiora la situazione, producendo monconi sempre più grandi e una struttura interna progressivamente più compromessa. L’albero entra in un ciclo di stress permanente dal quale non può uscire autonomamente.

Il taglio a filo è l’opposto del precedente ma ugualmente dannoso: invece di tagliare troppo lontano dal tronco, si taglia troppo vicino, rasente il fusto, eliminando il collare di branca. Il collare è una zona ricchissima di tessuti specializzati che producono il callo cicatriziale e isolano il legno esposto dall’ingresso di eventuali patogeni. Eliminarlo significa togliere all’albero il suo principale meccanismo di difesa contro le infezioni. Il risultato è una ferita aperta che impiega anni a chiudersi, se ci riesce. Nel frattempo, il legno si decompone internamente, con rischi strutturali per le branche sovrastanti e per il fusto stesso.

Come intervenire correttamente:

  • Identificare prima del taglio i collari di branca: sono le zone di tessuto leggermente rigonfio alla base di ogni ramo. Il taglio va eseguito appena al di sopra e parallelo a questa struttura.
  • Se la branca è troppo pesante, applicare la tecnica del taglio in tre fasi: primo taglio di scarico dal basso a circa 30 cm dal collare, secondo taglio dall’alto per rimuovere il peso, terzo taglio definitivo al collare. Questo previene le lacerazioni della corteccia.
  • Se l’albero è già stato capitozzato e ha prodotto molti rami, non devono essere rimossi tutti subito: nella fase iniziale servono per ripristinare la fotosintesi e le riserve energetiche. Lasciare che la chioma si ricostituisca per almeno una stagione, poi selezionare uno o due getti ben come nuovi assi. Gli altri vanno eliminati gradualmente, mantenendo sempre un apice chiaramente dominante per ricostruire la gerarchia strutturale.
  • Pianificare la forma dell’albero fin da giovane: una corretta potatura di formazione nei primi 5-10 anni evita quasi sempre la necessità di interventi drastici in età adulta.

La riduzione eccessiva della chioma

Anche senza arrivare alla capitozzatura, molti interventi riducono la chioma in misura eccessiva, trascurando il fatto che l’albero per svilupparsi e vivere ha bisogno di una superficie fogliare adeguata. Rimuoverne troppa significa svuotare le riserve di carboidrati accumulate nelle radici e nel legno, indebolendo tutte le funzioni vitali. Lo standard ISA (International Society of Arboriculture) e la norma UNI 11119 indicano una soglia massima del 25-30% di chioma rimovibile per intervento. Superarla innesca una risposta di stress che porta alla produzione massiccia di polloni, a una maggiore suscettibilità ai patogeni e, nelle specie meno resilienti, al deperimento progressivo.

Come intervenire correttamente:

  • Stimare visivamente il volume totale della chioma e pianificare la rimozione entro il 25%. Se la situazione richiede una riduzione maggiore, programmare più interventi a distanza di almeno un anno l’uno dall’altro.
  • Privilegiare la potatura di diradamento rispetto alla potatura di riduzione: rimuovere branche intere dal punto di origine piuttosto che accorciare tutte le branche. Si riduce il peso della chioma mantenendo la struttura naturale e la foglia utile.

Applicare la stessa tecnica di potatura a tutte le specie

Tra gli errori meno visibili ma più diffusi nella gestione del verde urbano c’è quello di trattare tutti gli alberi allo stesso modo: stessa tecnica, stesso periodo, stessa intensità di intervento, indipendentemente dalla specie. Può sembrare un approccio comprensibile in contesti di gestione pubblica con risorse limitate, dove la standardizzazione sembra una soluzione efficiente. In realtà è una semplificazione che genera danni differenziati e spesso cumulativi, perché ogni specie ha una fisiologia propria, una struttura legnosa con caratteristiche specifiche e una risposta agli stress che può essere radicalmente diversa da quella della pianta accanto.

Prendiamo un esempio concreto: un filare misto di tigli e ciliegi ornamentali. Il tiglio (Tilia spp.) è una specie con elevata capacità pollonifera, buona tolleranza ai tagli e discreta attitudine al ricaccio anche dopo interventi importanti. Il ciliegio ornamentale (Prunus spp.), al contrario, è altamente suscettibile ai cancri batterici da Pseudomonas syringae e alle infezioni fungine che entrano esattamente dai tagli mal eseguiti o effettuati nel periodo sbagliato. Applicare la stessa tecnica e lo stesso calendario alle due specie significa esporre i ciliegi a un rischio concreto di deperimento rapido, nel giro di poche stagioni.

Le differenze non riguardano solo la suscettibilità alle malattie. Entrano in gioco la velocità di cicatrizzazione (le querce chiudono le ferite molto più lentamente dei salici e richiedono tagli proporzionalmente più piccoli), la struttura del legno (le betulle hanno un legno tenero e un cambio delicato, molto più vulnerabile agli strappi da lame non affilate) e la risposta ai tagli (i pioppi e i platani reagiscono con ricacci vigorosi, mentre le conifere non hanno la capacità di produrre gemme avventizie e un taglio sul vecchio legno produce una porzione secca permanente, senza possibilità di recupero).

La soluzione non richiede necessariamente costi maggiori: richiede conoscenza e pianificazione. Un censimento arboreo che registri specie, età e condizioni di ogni esemplare, unito a un piano di gestione che differenzi i protocolli di intervento per gruppi di specie, consente di organizzare il lavoro in modo mirato garantendo una gestione corretta del verde urbano.

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Marco Bonetti

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