"L'agricoltura sembra molto semplice quando il tuo aratro è una matita e sei a un migliaio di miglia dal campo di grano"

D.E.

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Carbon farming in Italia: stato dell’arte e prospettive

In Italia, il carbon farming è un tema in rapida evoluzione, ma l’applicazione su larga scala è rallentata da vincoli normativi e strutturali. Il potenziale del nostro Paese è significativo: molti suoli agricoli, specialmente nelle aree cerealicole della Pianura Padana e nelle zone collinari soggette a erosione, presentano bassi livelli di carbonio organico. Questo margine di miglioramento teorico è elevato, ma la sfida resta la capacità di misurare e certificare gli incrementi in modo rigoroso.

Pratiche agronomiche e iniziative in corso

Tecniche come l’agricoltura conservativa, l’uso di cover crops e l’inerbimento di vigneti e oliveti sono già realtà diffuse nel nostro panorama agronomico. Tuttavia, queste pratiche non sono ancora pienamente valorizzate in termini di crediti di carbonio.

Ad oggi, l’Italia non dispone di un sistema nazionale di certificazione operativo. Il Piano Strategico Nazionale della PAC 2023–2027 incentiva sì le buone pratiche attraverso ecoschemi e misure agro-climatico-ambientali, ma la remunerazione resta ancorata alle azioni intraprese e non ai quantitativi di CO2 effettivamente sequestrati. Parallelamente, si muovono però progetti pilota regionali e iniziative private che stanno tracciando la strada per il futuro.

Il valore degli accordi di filiera

Data la struttura frammentata delle nostre aziende agricole, il modello italiano sembra orientarsi verso gli accordi di filiera piuttosto che verso i grandi mercati aperti. Industrie alimentari e cooperative stanno già sperimentando schemi basati sulla carbon footprint di prodotto e premi legati alla sostenibilità, offrendo contratti pluriennali per chi adotta pratiche rigenerative. Questo approccio permette di superare l’incertezza del mercato libero, integrando il reddito in modo più stabile.

Criticità tecniche e prospettive

Le barriere principali rimangono di natura tecnica: l’elevata variabilità pedoclimatica del territorio e i costi sostenuti per campionamenti e analisi del suolo frenano l’adozione di modelli standardizzati. Rimane inoltre il nodo della permanenza del carbonio nel tempo e la definizione della titolarità dei crediti tra agricoltore e filiera.

Nel breve periodo, il carbon farming in Italia va considerato come uno strumento complementare alla PAC e una leva per valorizzare le filiere sostenibili. Nel lungo termine, l’armonizzazione con il quadro europeo (Carbon Removal Certification Framework) aprirà la strada a sistemi di certificazione più strutturati, trasformando la gestione del carbonio in un’opportunità economica e gestionale concreta per ogni azienda.